La Spagna è famosa, fra le tante cose, anche per i suoi orari “ritardati” rispetto a quelli italiani. Il pranzo ben dopo le 14, la cena ben dopo le 21, talvolta sconfinando a ore nelle quali in certe parti d’Italia si è già digerito da tempo. Una usanza legata anche a una anomalia in cui il paese iberico si trova fin dagli anni ’40. Pur trovandosi allineata con Regno Unito, Irlanda e Portogallo nell’Europa occidentale e quindi geometricamente ricadente nel fuso orario di Greenwich, la Spagna si trova dal 1942 nello stesso fuso orario dei paesi dell’Europa centrale, come Italia, Francia, Germania. Il problema però è che la posizione molto più occidentale della Spagna rispetto alle nostre longitudini, fa sì che ci siano differenze molto forti nella percezione di uno stesso orario. In estate si arriva, nelle regioni occidentali spagnole, ad avere luce a un passo dalla mezzanotte. Ed ovviamente le attività vengono regolate in base alla luce solare, con l’effetto di avere cene tardive (rispetto a quelle italiane) e di conseguenza anche pranzi tardivi.
Il motivo di questa anomalia va fatta risalire al 1942, in piena II Guerra Mondiale. L’allora dittatore Francisco Franco, autore di un colpo di stato nel ’36 contro la Repubblica spagnola, decise di spostare l’ora di Madrid facendola coincidere con quella di Berlino e Roma, in segno di simpatia verso Hitler e Mussolini. Anche il Regno Unito aveva cambiato orario unificandolo a quello tedesco, ma in quel caso per motivi di comodità belliche: avere uno stesso orario avrebbe evitato fatali errori nel momenti di pianificare attacchi o respingerli.
Dopo la guerra però Londra tornò all’ora “zero” di Greenwich, mentre la Spagna rimase con il fuso di Berlino (un’ora avanti). Fino ad oggi, quando si inizia a parlare di un possibile ritorno al fuso antico. Ci sono associazioni che si battono per questo da anni, ma adesso pare che anche il Parlamento si stia interessando al tema, e potrebbero essere dietro l’angolo importanti decisioni. Il motivo principale di un cambio di fuso che viene messo in gioco è quello della produttività in campo lavorativo. Bisognerà vedere se in un paese con una disoccupazione reale oltre il 30% e dove sono alte le tensioni sociali, verrà ben accettato un cambio così importante nella vita quotidiana, dopo 70 anni di “anomalia” oraria alla quale gli spagnoli sono ormai abituati.