Sono trascorsi cinque anni dalla scossa sismica del 6 aprile 2009 che, purtroppo, devastò letteralmente la città de L’Aquila ed una parte di Abruzzo. In questi anni la ricerca si è sempre di più fortemente proiettata sulla comprensione del “processo di preparazione del terremoto”, attraverso studi, ricerche ed investimenti di soldi pubblici.
Spesso e volentieri, però, studi e fondi pubblici hanno soltanto meri obiettivi: 1) la costruzione e la vendita, anche a caro prezzo, di strumenti mono-parametrici con l’obiettivo di “prevedere”, in maniera deterministica, i terremoti; 2) fare ridondante micro-zonazione sismica (spacciata utile per prevedere terremoti da certi pseudo-esperti) ; 3) semplicemente “sensibilizzare” ed “intimorire” la popolazione al fine di ottenere, appunto, fondi pubblici per il monitoraggio. Tutto ciò, ovviamente, non si può ascrivere all’etica intellettuale da parte degli “esperti” del settore. Il rischio maggiore, infatti, sarebbe proprio quello di “stremare” le casse di tanti Comuni situati in zone ad alto rischio sismico, che provvedono magari a tali “acquisti” per costituire – a fatica – delle mini-reti di monitoraggio inutili (se non dannose) ed il cui provento finirebbe, come per magia, nelle mani di gente senza scrupoli. Un vero e proprio “effetto domino” che, associato alla scarsa onestà intellettuale, costituisce un cocktail micidiale per la credibilità del sistema che, inevitabilmente, subisce un duro colpo.
Purtroppo accade, anche spesso, che le parole degli addetti ai lavori che operano davvero sul campo vengano malamente “messe da parte” o, ancor peggio, capovolte.
Secondo la Dott.ssa Fedora Quattrocchi, dirigente di ricerca dell’INGV, che si occupa della parte più delicata (sismogeochimica) della nuova LINEA TETTONICA della STRUTTURA TERREMOTI di INGV (vale a dire dello studio dei transienti a breve termine eventualmente connessi alla preparazione dei forti terremoti): “…è opportuno ribadire che nè uno sciame sismico o sequenza sismica che dir si voglia, nè un picco co-sismico di un singolo segnale geochimico, quale ad esempio il radon, sono una chiara indicazione del fatto che seguirà un evento sismico di magnitudo 6 o superiore. Lo studio dei processi di preparazione dei forti terremoti lo si sostiene in maniera multi-disciplinare e con stazioni multi-parametriche che misurino parametri diversi, soprattutto nelle acque di sottosuolo e suoli degassanti, per ciò che concerne la parte sismogeochimica del problema. Lo studio dei precursori sismici o meglio dei transienti associati al campo di stress merita rispetto e non possiamo fissarci a biasimare, ad esempio, il “metodo” di misurazione radon (ad es. quello utilizzato dall’INGV o da Giampaolo Giuliani), ma dobbiamo, semmai, biasimare l’utilizzo dei dati che ne viene fatto, spesso come precursore, senza averne ancora degli algoritmi deterministici esatti. Non ci servono azzeccagarbugli o prevedere un terremoto a Sulmona mentre nel contempo la sequenza sismica è magari a L’Aquila. Ed è proprio, purtroppo, ciò che è accaduto. E’ talmente ovvio che vi sia un picco di radon positivo durante una sequenza sismica lunga quattro mesi: il radon, difatti, esce dalla matrice rocciosa in fase di rottura o microfratturazione che può evolvere, una volta su cento, in un terremoto di magnitudo significativa. Tutto il resto è solo “faida” tra scienziati e pseudo-scienziati in cerca di gloria. Decisamente migliore, e non lucroso (costo zero), è lo studio del comportamento degli animali che, come riportato dalla letteratura, cambiano il loro comportamento (molto spesso) poco prima (minuti, ore) delle forti scosse sismiche; gli animali, inoltre, sono sparsi in tutto il territorio nazionale, sono a stretto contatto dei cittadini, sono sensibili alle fuoriuscite di gas, di acque calde, di ultrasuoni ed hanno altri vantaggi, come quello di essere riconosciuti come veri e propri “sensori naturali biofisici”.
A tale proposito, giova ricordare i due fenomeni sismici che il 20 e il 29 maggio 2012 hanno devastato l’Emilia Romagna: la Dott.ssa Quattrocchi afferma che: “…nei giorni precedenti i due eventi sismici il suolo aveva iniziato a rivelare che qualcosa stava per accadere.
Ma, allora, quanto tempo ci separa ancora dalla concreta possibilità di poter prevedere un terremoto?
“Al momento – conclude la Dott.ssa Quattrocchi – siamo ancora piuttosto lontani e persino in paesi continuamente scossi da terremoti come il Giappone nessuno è ancora riuscito a prevederli con certezza. In molti richiamano l’esempio del terremoto di Haicheng, avvenuto in Cina nel 1975, per il quale le autorità predisposero un’evacuazione che mise in salvo 120 mila persone prima che arrivasse la scossa con magnitudo 7.3 MW sulla scala Richter proprio basandosi sull’insorgere di alcuni di questi “segnali”.